sabato 30 marzo 2013

Mexican Standoff

Elena Avigliano (il suo blog è elisewin rigby, scrive racconti ispirati a canzoni e sogni) è una mia coetanea romana che sa scrivere. Oddio, pure io so scrivere, ma lei sa far parlare i racconti. Lei sa come sistemare le parole per farti provare le sensazioni che lei vuole farti provare, sa come muovere una virgola per dare un significato completamente diverso ad un discorso. E poi ogni tre per due salta fuori una frase che sa di poesia, che ti fa sentire tutto quello che ha sentito lei quando l'ha scritta. Perché scrivere bene vuol dire donare sensazioni a chi legge, e lei usa un modo tutto suo e bellissimo che funziona veramente da dio. Ha questo stile che mi fa venire in mente il blues, pieno di virgole. Virgole e punti. Musicale da leggere a voce alta e che prende quasi un ritmo dentro il tuo cervello. E l'unica cosa che ti viene in mente dopo è il faccione di Robert Plant, e non chiedetemi perché. Godetevi questo raccontino che ho scritto dopo aver divorato una tonnellata dei suoi. See you next time.

Fa caldo. Fa molto caldo in questa macchina a quest'ora di notte... No, questo non c'entra un cazzo, questo era l'inizio di una canzone di Silvestri. Quando cerco un bell'inizio mi viene in mente sempre quella canzone, "Me Fece Mele a Chepa", un'inno alla Puglia. Poi periodicamente cancello quell'incipit e lo sostituisco con uno più ad effetto, ma la storia che voglio raccontarvi in questa sera di Gennaio, con il cellulare in mano, guardando Law & Order UK, di incipit più fighi non ne trova. Non è che non ne trovo io, è la storia che proprio non me ne richiede. Ma insomma, vogliamo cominciare o continuiamo a scazzare fino a domani? Eccoci qui.
C'è una ragazza che abita in una zona pessima e triste della sua pessima e triste città. C'è una Coop, vicino a casa sua, e un paio di latterie gestite da cinesi. Una palestra di karate tinta a tremendi colori pastello, che sa di umido e tristezza, la osserva da lontano. Sta in piedi alla finestra, la ragazza.
Ecco che ritorna la canzone di Silvestri, che mi sibila nelle orecchie "Ho troppo sonno per combattere i mulini a vento". Anche la ragazza ha sonno, non ne può più. Due notti che non dorme manco per un cazzo, anzi, se ne sta alla finestra. I primi raggi di sole si infilano tra gli infissi bianco - grigi, proprio dove sta la ragazza che gli da un occhio distratto, visto che non sono i primi e se va male non sono neanche gli ultimi. La ragazza si veste, tornando con lo sguardo a fissare la finestra. "Oh, cazzo, ora che ce l'avevo fatta a..." non ci arriva alla fine del pensiero, perché afferrando un paio di jeans i suoi occhi si posano sul cellulare che dorme freddo sul comodino. E lì parte un'associazione di pensieri che James Joyce non è un cazzo di nessuno. Il cellulare con cui ha saputo la notizia che l'ha fatta rimanere sveglia per settantadue ore di seguito, unici compagni la Coca Cola, un iPod con dentro musica buona e le lacrime che cerca di tenere a bada. La ragazza fissa un punto a vuoto, incapace di smettere di piangere ma con la voglia, il bisogno di farlo. Deve andare a scuola, a far scivolare via altre sei ore in cui l'unico pensiero sarà probabilmente cercare di non crollare, di tenere insieme quel vaso rotto e rimontato con lo sputo che è il suo catorcio di cervello. Poi l'attende lui, nel suo freddo letto d'ospedale, attaccato a dei freddi tubi e freddo come un morto. Farsi falciare da un ubriaco a quindici anni è sfiga, non ci sono scuse. Ma quella sfiga ormai è capitata proprio a lui, al suo ragazzo. L'unica parvenza di normalità in una vita composta da una buona dose di tristezza, Green Day e solitudine. Ma c'è una canzone che la fa sentire felice, di solito, perché sembra quasi scritta apposta per lei. Quella canzone però oggi non riesce a sfondare il muro appiccicoso della tristezza, anzi passa oltre e se ne va, diventando un semplice spreco di batteria per un iPod che di batteria ne ha sempre meno. E la ragazza, in quei cinque minuti se te la prendi con calma che separano la sua casa dalla fermata dell'autobus, ha una paura bestia. Ha il terrore di finire accanto al suo ragazzo attaccata a dei tubi freddi e squallidi. Su Facebook la gente che conosce, quelli che hanno successo e che vanno alle feste, quelli che tornano a casa ubriachi persi o fatti dei peggiori troiai tutti i sabati sera, non fanno altro che pubblicare stati del cazzo del tipo "Godetevi la vita, che ne avete una sola!!!" Ma nessuno ha mai cominciato a godersi la vita dopo un post così. Tutti si appoggiano alla comoda e tranquilla routine, tutti fanno passare le giornate. Solo chi è pazzo o chi è scrittore cerca di assaporare tutto della vita. C'è chi cerca di uscire dalla routine con una canna, una bottiglia o una pasticca e c'è chi come me cerca di portare il gusto da pasta al forno riscaldata al microonde della routine su un foglio di carta, o meglio su un blog poco visitato dove i racconti si riconoscono subito perché sono scritti in Courier. Ma la ragazza già legge pochi libri, figuriamoci se si mette a scrivere. In questa sua grigia giornata non c'è un punto esclamativo. A pensarci bene non c'è neanche un punto, solo schifose virgole. Se almeno qualche storia finisse, si chiudesse, si spegnesse. E invece no, c'è sempre qualcos'altro da dire, da fare, da pensare. Da aggiungere alla tristezza, allo squallore. L'alba non filtra neanche dove è adesso la ragazza, e quel buio la fa sentire troppo accesa, troppo al centro. Non c'è nessuno sulla strada, non sono neanche le sette di mattina e fa un freddo bestia, ma lei si sente comunque osservata. Da qualcosa, da qualcuno. Dio? Non se lo spiega mentre si ferma a un  metro da un ragazzo di qualche anno più grande che aspetta nervosamente l'autobus che lo porterà a scuola. E l'autobus arriva, non è neanche in ritardo. È una congiura. Una congiura per non farle fare le cose di corsa, per farla sentire fino in fondo di merda, per non darle il tempo di pensare ad altro.
La ragazza si comporta come da copione, facendo scorrere come una lama, lentamente, le ore che la separano dalla prossima visita al suo ragazzo con conseguente notte insonne. Quando esce, lo zaino Eastpack mezzo aperto ma chi se ne frega, il suo primo pensiero è tornare a casa per poi ripartire di corsa. Non vede l'ora di rivederlo,ma contemporaneamente sa che rivederlo sarà un dolore tremendo, assurdo, inimmaginabile. Quando poi a casa ci arriva col cazzo che mangia. Vorrebbe essere alimentata con un sondino, come il suo ragazzo, ma sa che non è possibile sopravvivere senza cibo. Butta giù una merendina alla crema che le appare totalmente insapore e non va giù per niente. Anzi, sembra che si stia cementando in bocca. L'autobus che va all'ospedale è sbiadito, come il suo autista. Le cuffie dell'iPod portano gli Arctic Monkeys dall'elettronica alle orecchie, ma non dalle orecchie al cuore. Un foglio di cellophane avvolge l'anima della ragazza, schermandola da tutto e tutti. Tutto insieme si ritrova nella stanza di lui. Si rende conto di aver camminato almeno dieci minuti buoni, ma non se li ricorda. Adesso vuole solo un altro triste pomeriggio. Il suo ragazzo ha aghi nella pelle e tubicini del cazzo in posti che non vorresti sapere. Probabilmente respira. Il suo cervello funziona, hanno detto i dottori, ma è come se avesse bisogno di ricaricare un po' le batterie. Stanno paragonando il suo ragazzo, il suo salvatore dalla depressione, ad un telecomando della Wii. Che scelta di parole del cazzo. Il primo tocco è sempre il peggiore per lei. È come se avvicinando la sua mano a quel corpo seminudo e freddo non potesse fare altro che farsi male. È come un Mexican Standoff, uno stallo alla messicana nei film western: nessuno può fare niente senza essere ucciso. Lì però, nella vita reale, l'unica che rischia di soffrire è lei. Se però come tutti i giorni mette da parte la paura di soffrire, il primo tocco fa posto ad un secondo e poi a un terzo. La ragazza spera con tutto il cuore che le lacrime che gli versa addosso lo risveglino, come nei film con Richard Gere. Poi prova ad infilargli le cuffie alle orecchie, per fargli sentire un po' di musica. È lui che le ha fatto conoscere i Coldplay, un botto di tempo prima. Fix You andrà benissimo. "Una cuffia te e una io" sorride fintamente mentre il pianoforte di Chris Martin tira a farla scoppiare di nuovo a piangere. Poi succede quello che non doveva succedere: il monitor del battito cardiaco comincia a suonare come un pazzo tracciando una linea verde sullo sfondo nero. La ragazza viene sbattuta fuori e sente il casino più totale scatenarsi nella stanzetta. Il vetro sulla porta lascia intravedere dottori e infermiere smanaccare intorno al suo ragazzo, poi più niente. Non riesce neanche a piangere, la ragazza. Forse la paura che sia morto è troppa. Nessuno parla per troppo tempo, poi la madre rompe quel silenzio di cristallo. "Grazie a Dio" si sente anche da fuori, ed è come se una bomba a mano fosse esplosa dentro la ragazza: lì per lì una pressione assurda, poi il vuoto, la leggerezza. L'aspetta un'altra notte per fare amicizia con le stelle e sperare un altro po'. E piangere un altro po'. "Finirà mai tutto questo?" si chiede. "Se ne avrò la forza, potrà andare avanti in eterno" si risponde.

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