La serie più fantasmagoricamente fantasmagorica mai prodotta nella Merica sta per avviare la sua conclusione, e fra tre giorni l'intero popolo di serial addicted o di semplici impallati come me (che però sto virando pericolosamente verso il serial addicted) sarà focalizzato sugli ultimi, fichissimi episodi di
Breaking Bad
E l'hype, ovviamente, è a millemila
Per i pochi che hanno vissuto su Plutone negli ultimi cinque anni, Breaking Bad narra di un individuo abbastanza insulso, tale Walter White, professore di chimica arreso alla vita in un liceo di Albuquerque, New Mexico. Città dove per altro è stato ambientato un altro serial televisivo poi sbarcato al cinema
Il quale ha sminchiato le balle a una generazione di genitori
Ma torniamo a noi: il nostro Walter White è interpretato da Bryan Cranston
Dato che ci mancavano i faccioni
Il quale, così, a bruciapelo, il dottore gli fa "C'hai un tumore. Due-tre mesi e poi ciao, ti portiamo i fiori." Lui, com'è prevedibile, va in crisi. Poco dopo, accompagnando il cognato agente della DEA a una retata, conosce il coprotagonista della baracca, Jesse Pinkman, interpretato da Aaron Paul
Le Louis Vuitton sotto gli occhi ce le ha praticamente dal primo all'ultimo episodio
Jesse è un produttore di metanfetamina, e Walter gli dice una frase del tipo "O mi fai lavorare con te o ti smerdo davanti a chiunque." Da qui il via a mirabolanti avventure che si protenderanno per cinque stagioni senza mai essere ripetitive e con dosi massicce di casino combinato da tutti i protagonisti. Ovviamente dovete aspettare la conclusione per avere una recensione vera e propria, sul canale dei Caproni Toscani. Nel frattempo l'hype cresce e non poco. Vado a dare da mangiare alla scimmia sulla spalla, come direbbe il Doc. Che mi sta pure finendo le crostatine, scimmiadimmerda.
Ultimamente ho fatto dei video. Lo scarso successo è d'obbligo, dato che non recensirò mai le Sfumature di Grigio e quindi nessuno mi guarderà. I video in questione li ho condivisi e ricondivisi fino allo spasimo su tutti i social conosciuti dall'uomo e anche quelli conosciuti dalla scimmia [cit. Due Fantagenitori, il migliore cartoon esistente al mondo] ma mi sono scordato di avere un blog. Con questo post, quindi, cerco di recuperare.
Il primo video che voglio postare (o "embeddare", che fa schifo come termine ma lo dice Fiorello e quindi va bene) è la nuova recensione di Jurassic Park sul mio canale principale, il Karju's Bookstore
nella quale ho la barba, i capelli disordinati e l'onnipresente tubo catodico alle spalle, che sta lì solo per ammazzarmi di radiazioni.
Poi si parte con le ormai famose goliardate, altrimenti detti scazzo puro. Si parla di Peppa Pig manco fosse Bioshock, tanto che abbiamo voluto chiamare il video Commentary.
Infine si ritorna alle recensioni. Questa volta è il turno di un film di intrattenimento puro e semplice che però ha il suo perché.
Li avete visti? Li avete scansati? Vi sono piaciuti? Vi hanno fatto schifo? In ogni caso condivideteli, mipiaciateli, abbracciateli
Voi lo sapete cos'è Wired? Io si. In breve: una rivista dove si parla di cose nuove, in generale. Una cronaca continua del mondo che cambia, un diario di bordo della generazione chiamata, io credo impropriamente, Nativi Digitali. Solo che questo diario di bordo, nell'ultimo periodo, sembrava si fosse trovato un po' fuori rotta. Con la direzione di Carlo Antonelli, a mio modesto parere, Wired aveva perso il suo mordente, o forse aveva perso gli argomenti di cui parlare. Oddio, forse gli argomenti li aveva finiti all'inizio dell'"Era Antonelliana", nella quale cambiare la linea editoriale è diventato vitale, se non si voleva parlare della miliardesima volta della stessa cosa. Poi però anche Antonelli c'è cascato, piazzandosi comodo sulle stampanti 3D e le smart cities. Le prime non mi toccano minimamente, dato il mio odio verso le stampanti standard e il fatto che non ho mai avuto l'esigenza di farmi da solo le statuette di Goldrake (anche perché non ho statuette di Goldrake e non ho mai visto una puntata di Goldrake). Le seconde neanche, dato che la cosa più smart che ho visto nella città in cui non vivo, ma comunque vado a scuola, è un punto informazioni guasto, ad occhio e croce dotato di Windows XP e schermo touch screen a legna, all'angolo di una strada. Il problema è che le stampanti 3D sono ancora lontane dall'essere di uso comune, le Smar Cities in Italia saranno diffuse completamente forse nel prossimo millennio, e in generale leggere una rivista che ti dice "Questo ci sarà, non si sa quando e non si sa come, ma ci sarà", è un goccio avvilente. È come un padre che porta il figlio su una collina e, invece della solita "Quando sarai grande tutto questo sarà tuo" gli dice "Qui non c'è niente, ma quando sarai morto tuo figlio costruirà un impero". Solo che cose da raccontare ce ne sono eccome, ma l'unico che sembra essersene accorto è il neodirettore (viene diretto spedito sparato da Kataweb) che riesce infilarti il reportage su quello che poi sarebbe diventato lo scandalo Prism e l'intervista agli Anonymous, roba da far accapponare la pelle anche a mia nonna. Articoli ben scritti, di cui uno (quello su Prism o quasi) ben tradotto, interessanti, ben progettati e ben costruiti. Insomma, io ho rinnovato l'abbonamento, non so voi.
Perché non mi sono più fatto vedere in questo periodo né sul Tubo né tantomeno sul blog? In primis perché ho iniziato una collaborazione con un nuovo canale, chiamato goliardicamente I Caproni Toscani, di cui vi godete il primo ed unico video in cui ci sono anche io
in secundis perché sono alle prese con un annoso problema di dipendenza. Non si tratta del solito fumello buono, pasticche, coca, cazzi e mazzi. Qui si tratta di qualcosa che non trovate nell'elenco delle droghe illegali. Qui si tratta della peggiore droga il cui monopolio è detenuto da un privato in Italia. Il privato in questione è Sky Italia s.r.l, e la droga è quell'affare qui sotto
Non so se vi rendete conto dell'entità del problema, ma MasterChef da una dipendenza nettamente superiore a una qualsiasi sostanza stupefacente, ma soprattutto non ti da niente in cambio. Non è il talent show più bello del mondo, non ha niente di speciale. Semplicemente quando è finito ne vuoi ancora. Non conta la versione, può essere italiano, americano, cinese, indiano, vietnamita, portoricano o il cazzo che ti pare. Perché quello che conta non sono i piatti, la cucina. La roba da mangiare può fare violentemente schifo. Ma tu continui a guardarlo.
Puoi riconoscere benissimo che Joe Bastianich o chi per lui è una merda
Tu sei diludendo di dilusione di dilusione di diludendo
e ridere di gusto la prima volta che senti l'imitazione di Crozza. Dopo però rompe i coglioni, compresa la storia del cane che fa i piscia-party nei forni dei concorrenti. Ma tu continui a guardarlo.
Oltretutto se come me non hai Sky ma hai una madre con l'abbonamento a Vanity Fair, MasterChef te lo guardi in una cazzutissima seconda visione su Cielo. Il problema è che ti leggi tutta l'intervista alla vincitrice perlomeno due mesi prima di cominciare a guardarlo. Alla prima puntata sai già nome, cognome e indirizzo dei finalisti, perdendo quindi ogni gusto nel guardarti la stagione completa. Ma tu continui a guardarlo.
Puoi finire di vedere l'edizione italiana e, preso dalla nostalgia, andarti a ricercare l'edizione a stelle e strisce. Che dice c'è sempre Bastianich, ma dice che è un po' meno stronzo. Dice. Ma tanto c'è pure Ramsay a dare una mano e riportare il livello di vaffanculi a valori accettabili. Solo che lì si che i piatti fanno schifo e i concorrenti non hanno simpatia né mordente. Ma tu continui a guardarlo.
Puoi essere il più grande estimatore della cucina casalinga e non essere mai entrato in un ristorante di lusso. Ma tu continui a guardarlo.
Puoi continuare a criticarlo e prenderlo per il culo in tutti i modi, ma poi arriva il martedì sera e sei sempre lì puntuale, che torni dalla palestra, ti fai la doccia e poi via di MasterChef.
Questa volta si parla dell'ultimo libro di Marco Malvaldi dal titolo Milioni di Milioni. Siccome non riesco a metterlo qua sotto, per aprirlo basta cliccare QUI
Scrivo questa recensione un po' di corsa, che devo sciropparmi il finale di stagione di Mario di Maccio Capatonda. Sono fresco fresco dalla visione della quarta fatica di Cristiano Bortone, la commedia romantica 10 Regole per Fare Innamorare. Bisogna dire che ero un po' prevenuto nei confronti di questo film, visto che ne avevo già sentito parlare. Male ovviamente. Insomma, l'ho trovato intero sul Tubo, e quasi quasi ve lo metto qua sotto. Dopo il video ci ritroviamo per il mio parere
Vi sono mancato? Quanto vi sono mancato? Poco? È uguale. Allora, in questo film c'è Guglielmo Scilla. Si, Willwoosh, il gran visir degli youtubers italiani. Che io pensavo che uno come Willwoosh, che in Freaks qualcosa valeva come attore, pure al cinema fosse nella media. E invece, ladies and gentlemen, il Guglielmo nazionale pende in modo pericoloso verso la minchiata, pur non sprofondando mai completamente grazie alle sue facce simpatiche. Il nostro si ritrova, dato che il film è una commedia romantica, innamorato perso della strafiga di turno. In suo soccorso arrivano i classici amici cazzoni, capitanati dal padre del protagonista interpretato da Vincenzo Salemme. La prima cosa che ho notato, purtroppo, è che nelle scene dove i personaggi principali sono tutti insieme, la più grande prova d'attore la da Salemme. Vi lascio intendere il livello standard di recitazione. Il film va avanti seguendo le regole del padre/Salemme, che sostiene che l'amore a prima vista non esiste e che anzi, la seduzione è una scienza esatta, e per conoscerla al meglio bisogna seguire le dieci regole del titolo (tutta una serie di frasi fatte che fanno paura). A parte un dialogo all'inizio del film che non sta ne in cielo ne in terra e scene scritte probabilmente da uno sceneggiatore che ha perso l'uso della vita, il film scorre abbastanza veloce ma non troppo gradevole, dato che è ricca di inquadrature che sprizzano "Cesaroni" da tutti i pori
Tipo questa, con loro che emergono dai cespugli
E buchi di sceneggiatura di una stupidità assurda (Fausto Brizzi come David S. Goyer?). E torte alla marijuana che non so se si mangiano o si fumano, e sbirri messi lì a buffo. Ah gia, c'è pure il Trio Medusa, il cui unico scopo è fare product placement a Radio Deejay.
Ricco di tormentoni ("E io mo' che me fumo?") piattume registico e recitativo da parte dei comprimari, è il tipico film che uno che non sono io si guarderebbe perché costretto dalla propria ragazza, sghignazzerebbe a caso su due battute e poi andrebbe a finire di vedere Colorado in streaming perché l'altra sera c'aveva da fare. Il punto infatti è che questo film è adatto ai gggiovani senza gusto per il cinema che dicono "Toh, c'è Willwoosh", quelli abituati a uno standard qualitativo basso che hanno visto una puntata di Freaks a caso perché hanno detto "Toh, c'è Willwoosh" e hanno spento dopo due minuti grugnendo "Boh, capito una sega". Quelli che io non frequento, per intenderci. Se magari il nostro bel Claudio di Biagio (di cui abbiamo già parlato per il suo Andarevia) infilasse il prode Guglielmo in uno dei suoi progetti cinematografici (a proposito, sentito niente del Dylan Dog a Roma?) magari verrebbe fuori qualcosa di gradevole e artisticamente ben fatto. Willwoosh poi ormai attira soldi più di Edward Cullen, quindi non c'è neanche il problema dei finanziamenti. Basta chiamare Radio Deejay...
Ah, e il finale di stagione di Mario l'ho visto, ed è una cosa di una bellezza assurda.
See you next time, e se non mi faccio più vedere su youtube c'è un motivo unico: non ho più idee
Elena Avigliano (il suo blog è elisewin rigby, scrive racconti ispirati a canzoni e sogni) è una mia coetanea romana che sa scrivere. Oddio, pure io so scrivere, ma lei sa far parlare i racconti. Lei sa come sistemare le parole per farti provare le sensazioni che lei vuole farti provare, sa come muovere una virgola per dare un significato completamente diverso ad un discorso. E poi ogni tre per due salta fuori una frase che sa di poesia, che ti fa sentire tutto quello che ha sentito lei quando l'ha scritta. Perché scrivere bene vuol dire donare sensazioni a chi legge, e lei usa un modo tutto suo e bellissimo che funziona veramente da dio. Ha questo stile che mi fa venire in mente il blues, pieno di virgole. Virgole e punti. Musicale da leggere a voce alta e che prende quasi un ritmo dentro il tuo cervello. E l'unica cosa che ti viene in mente dopo è il faccione di Robert Plant, e non chiedetemi perché. Godetevi questo raccontino che ho scritto dopo aver divorato una tonnellata dei suoi. See you next time.
Fa caldo. Fa molto caldo in questa macchina a quest'ora di notte... No, questo non c'entra un cazzo, questo era l'inizio di una canzone di Silvestri. Quando cerco un bell'inizio mi viene in mente sempre quella canzone, "Me Fece Mele a Chepa", un'inno alla Puglia. Poi periodicamente cancello quell'incipit e lo sostituisco con uno più ad effetto, ma la storia che voglio raccontarvi in questa sera di Gennaio, con il cellulare in mano, guardando Law & Order UK, di incipit più fighi non ne trova. Non è che non ne trovo io, è la storia che proprio non me ne richiede.
Ma insomma, vogliamo cominciare o continuiamo a scazzare fino a domani? Eccoci qui. C'è una ragazza che abita in una zona pessima e triste della sua pessima e triste città. C'è una Coop, vicino a casa sua, e un paio di latterie gestite da cinesi. Una palestra di karate tinta a tremendi colori pastello, che sa di umido e tristezza, la osserva da lontano. Sta in piedi alla finestra, la ragazza. Ecco che ritorna la canzone di Silvestri, che mi sibila nelle orecchie "Ho troppo sonno per combattere i mulini a vento". Anche la ragazza ha sonno, non ne può più. Due notti che non dorme manco per un cazzo, anzi, se ne sta alla finestra. I primi raggi di sole si infilano tra gli infissi bianco - grigi, proprio dove sta la ragazza che gli da un occhio distratto, visto che non sono i primi e se va male non sono neanche gli ultimi. La ragazza si veste, tornando con lo sguardo a fissare la finestra. "Oh, cazzo, ora che ce l'avevo fatta a..." non ci arriva alla fine del pensiero, perché afferrando un paio di jeans i suoi occhi si posano sul cellulare che dorme freddo sul comodino. E lì parte un'associazione di pensieri che James Joyce non è un cazzo di nessuno. Il cellulare con cui ha saputo la notizia che l'ha fatta rimanere sveglia per settantadue ore di seguito, unici compagni la Coca Cola, un iPod con dentro musica buona e le lacrime che cerca di tenere a bada. La ragazza fissa un punto a vuoto, incapace di smettere di piangere ma con la voglia, il bisogno di farlo. Deve andare a scuola, a far scivolare via altre sei ore in cui l'unico pensiero sarà probabilmente cercare di non crollare, di tenere insieme quel vaso rotto e rimontato con lo sputo che è il suo catorcio di cervello. Poi l'attende lui, nel suo freddo letto d'ospedale, attaccato a dei freddi tubi e freddo come un morto. Farsi falciare da un ubriaco a quindici anni è sfiga, non ci sono scuse. Ma quella sfiga ormai è capitata proprio a lui, al suo ragazzo. L'unica parvenza di normalità in una vita composta da una buona dose di tristezza, Green Day e solitudine. Ma c'è una canzone che la fa sentire felice, di solito, perché sembra quasi scritta apposta per lei. Quella canzone però oggi non riesce a sfondare il muro appiccicoso della tristezza, anzi passa oltre e se ne va, diventando un semplice spreco di batteria per un iPod che di batteria ne ha sempre meno. E la ragazza, in quei cinque minuti se te la prendi con calma che separano la sua casa dalla fermata dell'autobus, ha una paura bestia. Ha il terrore di finire accanto al suo ragazzo attaccata a dei tubi freddi e squallidi. Su Facebook la gente che conosce, quelli che hanno successo e che vanno alle feste, quelli che tornano a casa ubriachi persi o fatti dei peggiori troiai tutti i sabati sera, non fanno altro che pubblicare stati del cazzo del tipo "Godetevi la vita, che ne avete una sola!!!" Ma nessuno ha mai cominciato a godersi la vita dopo un post così. Tutti si appoggiano alla comoda e tranquilla routine, tutti fanno passare le giornate. Solo chi è pazzo o chi è scrittore cerca di assaporare tutto della vita. C'è chi cerca di uscire dalla routine con una canna, una bottiglia o una pasticca e c'è chi come me cerca di portare il gusto da pasta al forno riscaldata al microonde della routine su un foglio di carta, o meglio su un blog poco visitato dove i racconti si riconoscono subito perché sono scritti in Courier. Ma la ragazza già legge pochi libri, figuriamoci se si mette a scrivere. In questa sua grigia giornata non c'è un punto esclamativo. A pensarci bene non c'è neanche un punto, solo schifose virgole. Se almeno qualche storia finisse, si chiudesse, si spegnesse. E invece no, c'è sempre qualcos'altro da dire, da fare, da pensare. Da aggiungere alla tristezza, allo squallore. L'alba non filtra neanche dove è adesso la ragazza, e quel buio la fa sentire troppo accesa, troppo al centro. Non c'è nessuno sulla strada, non sono neanche le sette di mattina e fa un freddo bestia, ma lei si sente comunque osservata. Da qualcosa, da qualcuno. Dio? Non se lo spiega mentre si ferma a un metro da un ragazzo di qualche anno più grande che aspetta nervosamente l'autobus che lo porterà a scuola. E l'autobus arriva, non è neanche in ritardo. È una congiura. Una congiura per non farle fare le cose di corsa, per farla sentire fino in fondo di merda, per non darle il tempo di pensare ad altro. La ragazza si comporta come da copione, facendo scorrere come una lama, lentamente, le ore che la separano dalla prossima visita al suo ragazzo con conseguente notte insonne. Quando esce, lo zaino Eastpack mezzo aperto ma chi se ne frega, il suo primo pensiero è tornare a casa per poi ripartire di corsa. Non vede l'ora di rivederlo,ma contemporaneamente sa che rivederlo sarà un dolore tremendo, assurdo, inimmaginabile. Quando poi a casa ci arriva col cazzo che mangia. Vorrebbe essere alimentata con un sondino, come il suo ragazzo, ma sa che non è possibile sopravvivere senza cibo. Butta giù una merendina alla crema che le appare totalmente insapore e non va giù per niente. Anzi, sembra che si stia cementando in bocca. L'autobus che va all'ospedale è sbiadito, come il suo autista. Le cuffie dell'iPod portano gli Arctic Monkeys dall'elettronica alle orecchie, ma non dalle orecchie al cuore. Un foglio di cellophane avvolge l'anima della ragazza, schermandola da tutto e tutti. Tutto insieme si ritrova nella stanza di lui. Si rende conto di aver camminato almeno dieci minuti buoni, ma non se li ricorda. Adesso vuole solo un altro triste pomeriggio. Il suo ragazzo ha aghi nella pelle e tubicini del cazzo in posti che non vorresti sapere. Probabilmente respira. Il suo cervello funziona, hanno detto i dottori, ma è come se avesse bisogno di ricaricare un po' le batterie. Stanno paragonando il suo ragazzo, il suo salvatore dalla depressione, ad un telecomando della Wii. Che scelta di parole del cazzo. Il primo tocco è sempre il peggiore per lei. È come se avvicinando la sua mano a quel corpo seminudo e freddo non potesse fare altro che farsi male. È come un Mexican Standoff, uno stallo alla messicana nei film western: nessuno può fare niente senza essere ucciso. Lì però, nella vita reale, l'unica che rischia di soffrire è lei. Se però come tutti i giorni mette da parte la paura di soffrire, il primo tocco fa posto ad un secondo e poi a un terzo. La ragazza spera con tutto il cuore che le lacrime che gli versa addosso lo risveglino, come nei film con Richard Gere. Poi prova ad infilargli le cuffie alle orecchie, per fargli sentire un po' di musica. È lui che le ha fatto conoscere i Coldplay, un botto di tempo prima. Fix You andrà benissimo. "Una cuffia te e una io" sorride fintamente mentre il pianoforte di Chris Martin tira a farla scoppiare di nuovo a piangere. Poi succede quello che non doveva succedere: il monitor del battito cardiaco comincia a suonare come un pazzo tracciando una linea verde sullo sfondo nero. La ragazza viene sbattuta fuori e sente il casino più totale scatenarsi nella stanzetta. Il vetro sulla porta lascia intravedere dottori e infermiere smanaccare intorno al suo ragazzo, poi più niente. Non riesce neanche a piangere, la ragazza. Forse la paura che sia morto è troppa. Nessuno parla per troppo tempo, poi la madre rompe quel silenzio di cristallo. "Grazie a Dio" si sente anche da fuori, ed è come se una bomba a mano fosse esplosa dentro la ragazza: lì per lì una pressione assurda, poi il vuoto, la leggerezza. L'aspetta un'altra notte per fare amicizia con le stelle e sperare un altro po'. E piangere un altro po'. "Finirà mai tutto questo?" si chiede. "Se ne avrò la forza, potrà andare avanti in eterno" si risponde.
Come disse Marco Paolini a proposito di Siddharta, bello. Capito un cazzo, ma bello.
No dai, andiamo sul serio. Film angosciante ma simpatico, pesante ma leggero, con attori quasi tutti mai visti ma bravi davvero tanto. Insomma, mi è piaciuto un botto. Dice: di chi è? Di Kubrick? No, di Claudio di Biagio
Che per intenderci ha questo bel faccione qui
E ha una trama abbastanza semplice: Marco ha trent'anni, fa il fruttivendolo al mercato in quello che sembra un paese della Sardegna, e soffre di attacchi di rabbia molto violenti. Il suo psichiatra gli propone di unirsi ad un weekend in barca a vela insieme ad altre persone con problemi psicologici, lui lì per lì e sul "C'ho il gomito che mi fa contatto col piede" ma poi accetta. Lo skipper muore. Morte discretamente da coglione. Basta spoilerazzi.
Il protagonista del tutto è Matteo Quinzi, che dopo il personaggio con cui lo abbiamo conosciuto tutti (Simone, quello sfigatello insulso di Freaks) di cui infilo un'immagine qua sotto e non là sopra
Mai un sorriso. Due stagioni di telefilm e mai un sorriso
si fa crescere la barba e un talento che, digiamogelo, non gli avrei mai dato.
Ta gli altri protagonisti spicca a bestia l'unica ragazza svampita che ha una giustificazione per esserlo (soffre di perdita della memoria a breve termine) interpretata da Sara Lazzaro ed ha il bel visino di seguito riportato
Di lei si innamora Valerio (Attore sconosciuto dato che Movieplayer.it ha assegnato le coppie personaggio - interprete seguendo la famosa logica dell'A Cazzo), del quale non si capisce che problema abbia oltre ad un'enorme faccia da scemo. Se volete ce la metto. Ce la metto? No? Si? Ma come "Vai via barbone pompato"? È uguale, tanto non la trovo.
Di contorno altri attori bravi ma relegati a personaggi appunto di contorno, e bei paesaggi.
La regia? Epica. Poetica. Angosciante, grandiosamente angosciante. Un piccolo film con un regista destinato a una grande carriera. E giochi di regia tipo inquadrature al contrario che non ho capito, ma mi son piaciute lo stesso, e piani sequenza in quantità. Tutti epici. Ah già, tante inquadrature fatte con la camera a mano in pieno stile Cane Secco.
Dando un'occhiata ai titoli di testa si trova tra i responsabili musicali il solito Gianpaolo Speziale (aka Gabriele di Freaks) che probabilmente per Di Biagio è l'Hanz Zimmer de noaltri. Per me non è proprio un genio genio anche gli About Wayne sono noiosi ma i culi li spacca discretamente.
La recensione che io sappia è finita, il film lo trovate a questo link. See you next time.
Questo non è un racconto. Però sì. Per la precisione, questa è la mia storia, è quello che sono io adesso. Epperò mi piaceva dargli un taglio un po' meno cazzone, quindi vai col Courier
Era il 24 di settembre di un anonimo 1997 quando ho avuto la splendida idea di venire al mondo. Dico "splendida idea" in modo assolutamente ironico, dato che il 25 settembre 97 il duomo di Assisi viene distrutta da un terremoto provocando settordici fantastiliardi di vecchie lire di danni. Chiamasi rogna. Una giusta dose di bullismo provocato dal fatto che già alle elementari ero "shtraaaano" (ma se non stai nel gregge non va bene) ha creato quello che sono adesso: una merda. Non sono in grado di gestire la rabbia, mi sfogo con i più deboli senza volerlo, non ho autocontrollo e altri cazzi vari da psicologo. Il tutto accompagnato da una distrazione fuori dalla normale concezione umana del termine. Nonostante tutto continuo a comportarmi in modo normale e di pensarci il meno possibile. Fondamentalmente sono bravo a fare due cose: parlare e scrivere. In particolare a parlare sono bravo nella specialità maratona: posso sproloquiare sul nulla per giorni. Poi c'è il discorso dello scrivere: mi tengo in allenamento scazzando su questo blog, ma la passione ha origini lontane. Quinta elementare, più o meno. Ho sempre scritto e sempre scriverò. Ho imparato a leggere a cinque anni. A undici anni ho cominciato e finito il primo libro di Tom Clancy. Mi sentivo abbastanza figo, visto che mentre i miei amici leggevano una pagina al giorno di un libro di Dahl tipo "La Fabbrica di Cioccolato" o altri cazzi, io mi sparavo i libri "da grandi", i thriller. Sono passati quattro anni, ma i thriller sono rimasti. Se prima per gli altri erano libri "da grandi", adesso sono "le tue solite stronzate". Io invece, quando ne parlo con gli amici, li chiamo "libri un po' underground". Tutte puttanate per giustificare libri fottutamente commerciali e scritti quasi sempre su commissione, a parte rare eccezioni. Ah, e ora "strano" mi chiama solo la gente stupida. Gli altri mi chiamano nerd. Porto felpe di pile da nerd, leggo più libri della media, mi piacciono i comics americani e seguo un botto di serie tv. Ho una webserie in cantiere, e un romanzo. Un thriller, ovviamente, un po' cazzone come piace a me. Sono un greendayer convinto e penso di essere di sinistra. Odio i punti e virgola e ho una fissazione per gli Arctic Monkeys. Io sono Karju, e voi siete ancora qui a leggermi. Per questo vi voglio bene. See you next time
Ok, ok, questo film non è proprio da buttare tutto tutto. Però lo sceneggiatore deve subire una punizione corporale forte, tipo lisciargli la nuca a forza di nocchini. Questo perché non mi spiego come un personaggio come Peter Parker (piccolo, secco, malaticcio) che è questo qui
Lo so, è la versione Ultimate, ma è uguale. E poi a me la versione Ultimate mi piace un botto, checcazzo.
può essere trasformato in uno skateboarder che ni da come una bestia con Gwen Stacy
A proposito di versione Ultimate, vogliamo parlare del combattimento tra Lizard e l'Allegro Arrampicatore del Queens nella scuola? Uguale sputato al combattimento tra Ultimate Goblin e il sopracitato AAQ.
Poi quel costume del menga che, come si legge nel titolo, a me ricorda il rivestimento del sedile di una Opel Meriva del 2004. L'atmosfera dark e il finale maremma spoilerata sprizzano Batman Begins da tutti i pori. Ma il buon Marc Webb non è Nolan, e il prodotto esce fuori un po' così così. È come un ballerino zoppo con un vestito che vola: magari è spettacolare, ma il ballerino rimane zoppo. See you next time.