TOY STORY 3
Perché mi piacevano così tanto? Perché Andy ero/sono/sarò per sempre io: bambino con fratello più piccolo e una cesta piena di giocattoli, la maggior parte dei quali non ho mai usato, ma con quei 4-5 preferiti. Fino alla fine delle elementari, Andy sembra fare una vita assolutamente normale, come quella che avevo io. Poi c'è un salto temporale di una decina d'anni. Magari è diventato un nerdaccio come me, chi lo sa.
Insomma quei poveri giocattoli ne passano di tutti i colori, sempre all'insegna dell'amore per il padrone e l'amicizia reciproca. In questo terzo capitolo, poi, mi viene in mente una e una sola cosa: i giocattoli, insieme ai libri, sono una di quelle cose che non muore mai. La loro vita continua, che tu li rompa o li lasci nel parcheggio dell'Ipercoop, perché c'è un'anima, anche se Made in China, sotto la plastica e le viti.
E ci sono domeniche mattine passate buttando un occhio alle Tartarughe Ninja e giocando con il mitico Spiderman vestito da esploratore (don't ask) e le pistoline giocattolo.
Come vedete Toy Story mi ha conquistato non perché mi ricordava qualcosa che avevo fatto, ma che stavo facendo in quel momento.
Che poi, tornando al film, non è mica facile trovare la chiusura di una trilogia, perché non sai mai cosa rifilare ai bambinetti: non li puoi fa morì, non li puoi fa sparì, insomma, ai bambinetti ni ci vole il lieto fine. Sennò mordono. E infatti quanto kaiser è commovente l'ultima scena, maremma troia? Tanto, troppo.
Insomma, il revival è finito
See you next time.
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